Corso educatori sportivi: on-line la conferenza di don Paul Renner di venerdì 5 dicembre intitolata "Morale e sport Educare i giovani attraverso lo sport"
Don Paul Renner su Morale e Sport. Don Paul (Paolo) Renner è nato a Merano nel 1958 in una famiglia numerosa ed è diventato prete nel 1985 dopo gli studi alla Gregoriana di Roma. Dal 1988 insegna allo Studio Teologico di Bressanone e dal 1990 all'Istituto superiore di scienze religiose di Trento. Dal 1994 dirige la sezione di Bolzano dell'Istituto superiore di scienze religiose di Bressanone. E' collaboratore di varie riviste ed editorialista del "Corriere dell'Alto Adige". Dal 1988 è coordinatore pastorale della Comunità del Cenacolo di Merano. È autore di vari libri, fra i quali:
C. Milesi-P. Renner-F. Ruggera, Don Franco: un prete fra la gente, Bressanone, Comitato pubblicazione mons. G. Franco, 1998
P.Renner-G. Dobrilla, Homo sapiens? un prete, un medico e 200 aforismi, Milano, Ancora, 2005
P.Renner-G. Dobrilla, Homosapiens? un prete, un medico e 200 aforismi 2, Milano, Ancora, 2006
Di seguito l'intervento di venerdì 5 dicembre.
Morale e sport: educare i giovani mediante lo sport
d. Paul Renner – Studio Teologico Bressanone
CSI Trento 5.12.2008
1. Un mondo di crescente competitività?
Nel nostro mondo è cresciuta di sicuro la complessità, che richiede una preparazione sempre più specialistica a certi ruoli e funzioni: non ci si può più improvvisare. Occorre una ascesi, o come si direbbe oggi una “preparazione atletica”!
La competitività è crescente? Si e no! E’ cambiata più di genere che di intensità. Si è fatta meno crudele dal punto di vista fisico-immediato, ma più efferata dal punto di vista spirituale-morale: non ci sono ad es. quasi più pirati e briganti da strada (almeno in Europa), ma pirateria musicale, frodi su larga scala, imbrogli milionari, truffe in grande stile, congiure che minacciano l’esistenza di intere popolazioni, menzogne sparate ad alta voce in virtù del potere dei media: forse un frutto avvelenato della globalizzazione?
L’uomo da sempre compete con l’altro uomo, anche se poi ha sviluppato strutture e forme di solidarietà. Da Greci (teatro ed Olimpiadi) siamo divenuti sempre più Romani (stadi e arene, dove si sfogano istinti non proprio edificanti…). Ora, passando per i tornei medievali e la caccia agli ebrei, potremmo aver trovato nello sport una forma non-violenta di competizione e di allenamento. Potremmo…
Per molti invece la competitività si esaurisce nella sfera del soggetto stesso e si orienta al fitness e al wellness, cioè sul confronto con modelli di “bello e sano” (discutibili) per i quali si è disposti a qualsiasi sacrificio, fisico o economico… Zygmunt Baumann ammonisce però: “Nella cultura del fitness, non dimentichiamo la compassione!”
2. L’apporto dell’etica, e lo specifico di quella cristiana
L’etica propone delle regole, in base alle quali il soggetto agisce consapevolmente come membro responsabile di una comunità, in cui si può competere ma non eliminare.
Etica cristiana = etica della cristianità, etica del cristianesimo ed etica del Cristo: una ricerca – mai esaurita – di purezza fontale.
Il riferimento ultimo: la prassi etica di Gesù, il suo stile di “sportivo”, cioè di non-rassegnato, che si pone delle mete e le pro-pone anche a noi come fattore di crescita e di realizzazione, più che di effimero successo:
- il primato ai deboli ed agli ultimi
- l’invito a lottare e primeggiare per ciò che vale davvero (guadagnare/perdere)
- far fruttare i talenti e non accontentarsi
- aspirare ai carismi (doni di grazia) migliori (PAOLO)
- voler essere i primi…nel servizio e nell’autodonazione
- attenzione più alla sofferenza che al peccato, al sofferente che al peccatore
- nella competizione, aver dei principi, non solo dei fini assoluti (corsa disabili)
- non perdere il senso della relatività di tutto (rispetto a Dio)
- vedere la persona come unica nella sua dignità, seppur inserita in una comunità
- chi vuol essere il primo…scelga il servizio e il dono (realizzazione e felicità)
Anche per Gesù la vita è una grande partita, che si conclude con la vittoria del migliore, che non è però né il più veloce, né il più furbo, ma il più capace di “gioco di squadra”. (Mt 25,31ss)
Come lo sport, dunque, il cristianesimo postula e richiede la capacità di cambiamento. Le classifiche mutano, la vittoria non è garantita a tavolino: occorre l’impegno da “servi buoni e fedeli”.
Scrive san Paolo (che ricordo in questo anno a lui dedicato per il suo 2000siom compleanno): “Non sapete che nelle corse allo stadio tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo! Però ogni atleta è temperante in tutto (…). Io dunque corro, ma non come chi è senza mèta; faccio il pugilato, ma non come chi batte l’aria, anzi tratto duramente il mio corpo…perché non succeda che dopo aver predicato agli altri venga io stesso squalificato” (I Corinti 9,24-27).
3. La cattolicità dell’etica cristiana e il servizio alla “mondiale” del genere umano (Olimpiadi)
Etica non significa dunque solo rispetto formale delle regole ma coscienza (formata e universale “cattolica”) e dunque vera libertà.
La libertà è cercare il bene comune, il bene progressivo del genere umano, la vittoria della squadra, non solo il successo personale. Oggi l’etica cristiana si sente chiamata a depotenziare i conflitti, ad insegnare una gestione non-violenta degli stessi, a saper insegnare che “gli altri siamo noi” e che non abbiamo NEMICI ma semmai AVVERSARI, CONCORRENTI (in senso negativo ma anche positivo: è noioso correre da soli).
Il modello dell’etica cristiana è il Dio unitrino, dove la diversità non è motivo di conflitto ma di dialogo ed arricchimento, schema di fondo secondo cui le culture non si scontrano ma si incontrano (Huntington).
Lo sport - come ricordava sopra san Paolo – è una metafora della vita in generale e di quella cristiana in particolare, ove si tratta di impegnarsi e di non accontentarsi di risultati mediocri e appena sufficienti. La stessa unzione che i credenti ricevono nel battesimo e poi nella confermazione vuol essere una riproposizione del crisma che ricevevano gli atleti per gareggiare ben unti, in modo da aver forza personale e da poter sfuggire alla presa dell’avversario.
Nell’anno 1995 la Conferenza Episcopale Italiana ha pubblicato un documento sul tema “Sport e vita cristiana”. Tale intervento cerca di proporre un nuovo clima tra Chiesa e sport, spesso in conflitto per la “spartizione” del tempo santo della Domenica. Nel testo si parla dello sport come di una scuola di virtù e di valori, in cui si apprezza lo spirito di competizione ed agonismo, che avvia anche all’intraprendenza, al saper conoscere e raggiungere i propri risultati limite, tensione senz’altro positiva in un contesto epocale dove la massima aspirazione sembra spesso essere quella del quieto vivere, del basso profilo.
Praticare uno sport significa dunque anche imparare a vincere e a perdere, a gestire il successo e la crisi. Ci sono insomma delle Quaresime e delle Domeniche di Pasqua che si alternano ed insegnano a trarre tesoro da entrambe le esperienze. Si apprende inoltre a rispettare le regole del gioco e a saper sviluppare una strategia di squadra, rispondente ad un progetto ove la riuscita del singolo dipende dal successo della squadra e viceversa: una dinamica che meriterebbe una riflessione ben più approfondita nei nostri corsi di educazione civica. Solo il coinvolgimento di tutti – pur in ruoli diversi – garantisce infatti il risultato complessivo della compagine. Risultato che non può esser conseguito senza un debito sacrificio personale e di squadra. Sacrificio: una parola che sembra esser utilizzata ormai più solo in contesto spirituale o appunto sportivo.
Naturalmente lo sport può portare con sé il divismo, l’esaltazione di un idolo in carne ed ossa, che persegue magari finalità tutt’altro che nobili. E qui San Paolo davvero non sarebbe d’accordo. Il culto della personalità porta a deprimere le proprie capacità; anche il fatto di premiare in maniera esagerata chi è capace di prestazioni oltre la media, rischia di essere un comodo alibi per delegare il proprio sforzo ad altri, per “passare il testimone” e rivestire invece il ruolo del “Pantoffelheld” (eroe in pantofole), del “commissario-tecnico-in-poltrona!
La fede e lo sport affermano a gran voce: non delegare ad altri la tua vita: prendi in mano il testimone e mettiti a correre. Impegnati non tanto per superare gli altri, quanto te stesso. Il vero atleta non intende cioè polverizzare gli altri ma semmai un record: e questo è possibile solo quando uno riesce a sconfiggere l’avversario più temibile: la propria pigrizia e la mancanza di controllo su se stesso. (MARLO MORGAN).
Come lo sport, anche le religioni possono unire o dividere i popoli: dipende dalla correttezza e dall’intenzione con cui si vive la rispettiva passione. Se “usati male” la religione e lo sport possono divenire fonte di conflitti e violenze: la loro gestione intelligente ne fa invece grandi forze di coesione e di umanesimo.
Ecco perché la Chiesa vede in sostanza nello sport un utile alleato nello sforzo di perseguire un’educazione globale della persona e del giovane in particolare: mens sancta in corpore sancto, verrebbe da dire. Allenarsi in una disciplina sportiva significa allenarsi alla vita con i suoi alti e bassi, alla consapevolezza olimpica che “l’importante non è vincere, ma partecipare” e partecipare bene, con onestà, con pulizia, con genuinità. Per vincere occorre fede – in sé, negli altri, in un ideale -, ma anche per vivere. E la fiducia in sé, nell’altro e nell’Alto è il sentimento che unisce lo sportivo sincero al credente autentico…non il potere, non il successo, non il denaro.
In fondo lo sport – al di là a volte di scandali e di ingaggi da capogiro - è gioco, una dimensione del nostro essere persone che non possiamo dimenticare o rinnegare. Solo chi sa giocare si prende davvero sul serio. Chi non riesce più a giocare non è serio ma triste… Saper giocare insieme sapendo che questa vita è come i 90 minuti sul campo dell’Olimpico, dove anche se tifi la maggica Roma, sai che tutto è solo “scena”, che tutto passa. Ed allora voglio qui ricordare in conclusione la celebre frase di una grande santa, Teresa d’Avila, che nei suoi Carmeli chiedeva alle suore un adeguato tempo per il riposo ed il gioco ed affermava con grande sapienza: “Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Tutto passa, Dio solo resta. A chi ha Dio, nulla gli manca!” La partita della vita, prima o poi si chiude. Importante è averla giocata bene, con gli altri e non contro gli altri. Ed allora quando il divin Arbitro avrà fischiato il game over, si sarà allenati per quella grande partita non più con la mondiale ma con la “celeste” del genere umano, in quella Gerusalemme celeste che sarà tutt’altro che noiosa , ma piuttosto una gara globale nel volersi bene e nel gustare la bellezza di Dio.
P. Renner, Via Crucis delle virtù, Milano, Ancora, 2007
P. Renner, Frontiere-Grenzen, Trento, Margine, 2008